Giorno 1 - Rifugio Omio

Giorno 1 - Rifugio Omio

È partita la tournée di “Alt(r)e Vie”!

“Come si può raccontare una storia che non si può vivere?
Dare forma a qualcosa di intangibile.
Usare le parole come corde, ramponi e piccozze e provare a portarvi lassù.
Sul tetto del mondo.”

Ci abbiamo provato oggi, salendo al Rifugio Omio per raccontarvi la storia de “I guardiani del Nanga”, lo spettacolo scritto da Gioia Battista, interpretato da Nicola Ciaffoni e diretto da Stefano Scherini.

Questo il percorso. Un’escursione tranquilla e senza troppe difficoltà. Una volta arrivati in rifugio e rifocillati è iniziato il secondo viaggio. Quello attraverso le storie di alpinisti straordinari che hanno tentato di scalare uno degli Ottomila più pericolosi al mondo, il Nanga Parbat.

Vi ricordiamo le prossime tappe del tour, e vi lasciamo con qualche foto della bellissima esperienza di oggi.

Venerdì 30 luglio – Rifugio Gianetti ore 14:00
Sabato 31 luglio – Rifugio Allievi Bonacossa ore 14:00
Domenica 1 agosto – Rifugio Ponti ore 15:00
Lunedì 2 agosto – Rifugio Bosio Galli ore 14:00
Martedì 3 agosto – Rifugio Gerli Porro ore 14:00
Giovedì 5 agosto – Rifugio Marinelli Bombardieri ore 14:00
Venerdì 6 agosto – Rifugio Bignami ore 14:00

Giorno 1: Le foto


Alt(r)e vie tour - estate 2021

“Alt(r)e vie tour - estate 2021”: lo spettacolo teatrale “I Guardiani del Nanga”
ai rifugi del Sentiero Roma e dell’Alta via della Valmalenco

dal 29 luglio al 6 agosto
tutte le repliche sono gratuite e si svolgono all’aperto

Si tiene dal 29 luglio al 6 agosto la prima edizione di “Alt(r)e vie tour”, il progetto della compagnia teatrale Mitmacher che porta lo spettacolo “I Guardiani del Nanga” negli spazi davanti i rifugi del Sentiero Roma in Valmasino e dell’Alta via della Valmalenco. Otto in totale le tappe in programma per l’estate 2021: ogni replica sarà completamente gratuita per il pubblico e si terrà all’aperto.

Il progetto nasce per unire due settori fortemente colpiti dalla crisi dovuta all’emergenza sanitaria, la cultura e il turismo, e si propone di portare il teatro “fuori dal teatro”, ovvero in montagna, per favorirne la frequentazione e la cultura della montagna stessa.

Lo spettacolo è scritto da Gioia Battista, interpretato da Nicola Ciaffoni e diretto da Stefano Scherini. La produzione è Mitmacher e Botëghes Lagazoi, in collaborazione con il Teatro del Carretto. Il progetto “Alt(r)e vie tour” è realizzato con il contributo di Fondazione Pro Valtellina Onlus, Fondazione Luigi Bombardieri, CAI Valtellinese di Sondrio, Comune di Lanzada (SO), Comune di Chiesa in Valmalenco (SO), con il patrocinio del CAI Milano.

Otto le repliche in programma, quattro sul Sentiero Roma, in Valmasino, e quattro sull’Alta Via della Valmalenco:

Giovedì 29 luglio – Rifugio Omio ore 14:00
Venerdì 30 luglio – Rifugio Gianetti ore 14:00
Sabato 31 luglio – Rifugio Allievi Bonacossa ore 14:00
Domenica 1 agosto – Rifugio Ponti ore 15:00
Lunedì 2 agosto – Rifugio Bosio Galli ore 14:00
Martedì 3 agosto – Rifugio Gerli Porro ore 14:00
Giovedì 5 agosto – Rifugio Marinelli Bombardieri ore 14:00
Venerdì 6 agosto – Rifugio Bignami ore 14:00

Sul sito web della compagnia https://www.mitmacherteatro.com/mitmacher-altrevie e sulle sue pagine social (@mitmacherteatro), potrete seguire il trekking del regista Scherini e dell’attore Ciaffoni, che percorreranno le tappe delle due Alte vie collegandole: pubblicheranno aggiornamenti, racconti, foto e video del loro tour, escursionistico oltre che teatrale.
Sugli stessi canali saranno date informazioni relative agli spettacoli in caso di pioggia o meteo incerto.

Lo spettacolo: I guardiani del Nanga

L’alpinismo è una disciplina che si basa sul superamento delle difficoltà incontrate durante la salita di una montagna. Il superamento delle difficoltà come disciplina: questa definizione è in qualche modo l’espressione più alta – non solo materialmente – del tentativo umano di conoscere il senso dell’esistenza. Il ‘superamento’ diventa prima atto mentale e poi fisico. Le asperità della natura sono un incentivo a mettersi in gioco, al raggiungimento dell’obiettivo. L’alpinista è tutt’altro che uno sprovveduto: mesi di studio delle carte, delle previsioni meteorologiche, la scelta accurata della giusta attrezzatura, il calcolo matematico dei percorsi, dei metri di corda, della difficoltà della pendenza e del tempo di percorrenza. In un certo senso è un metodo, un approccio, uno stile di vita. Ed è attraverso le parole di un alpinista che raccontiamo una sorta di scalata interiore, su una delle montagne più temibili della terra.

Il Nanga Parbat
Dal 1895, data del primo tentativo documentato di scalata, il Nanga ha collezionato vite e storie incredibili. Con i suoi 8126 metri al di sopra del livello del mare, è la nona cima più alta della terra, ma rimane tragicamente in terza posizione come numero assoluto di morti, e seconda solo all’Annapurna come indice di mortalità. La montagna nuda. La mangiauomini. La montagna assassina. La montagna degli dei. La montagna del destino. Sono solo alcuni dei nomi con cui è conosciuta.

I Guardiani del Nanga, scritto da Gioia Battista, sono sette uomini che hanno sfidato i propri limiti, senza arrendersi, fino alle conseguenze più estreme. Albert Mummery, Willy Merkl, Günther Messner, José Antonio Delgado, Karl Unterkircher, Tomasz Mackiewicz e Daniele Nardi sono i sognatori che sono rimasti lassù. Sono i ‘guardiani’, alpinisti eccezionali che nel tentativo di raggiungere la vetta non hanno fatto più ritorno.

L’attore Nicola Ciaffoni davanti al pubblico racconta le loro storie, le loro passioni e i loro tormenti vestendo anche i panni di una guida-portatore pakistano, una sorta di fool shakespeariano che ha il compito, attraverso l’ironia, di svelare i temi più profondi dello spettacolo: la rincorsa dei propri sogni e la volontà di superare i propri limiti “con mezzi leali”. Perché, per dirla con uno dei protagonisti, José Antonio Delgado, “la cosa migliore da fare con la morte è approfittare della vita”.
Lo spettacolo è scritto da Gioia Battista, interpretato da Nicola Ciaffoni e diretto da Stefano Scherini, la produzione è Mitmacher e Botëghes Lagazoi in collaborazione con il Teatro del Carretto.


I guardiani del Nanga

[DRAMMATURGIA]
Gioia Battista

[REGIA]
Stefano Scherini

[CON]
Nicola Ciaffoni

[UFFICIO STAMPA]
Giuliana Tonut

LO SPETTACOLO

«Mi piacerebbe essere ricordato come un ragazzo che ha provato a fare una cosa incredibile, impossibile, che però non si è arreso e se non dovessi tornare il messaggio che arriva a mio figlio sia questo: non fermarti non arrenderti, datti da fare perché il mondo ha bisogno di persone migliori che facciano sì che la pace sia una realtà e non soltanto un’idea…vale la pena farlo.»

D. Nardi

L’alpinismo è una disciplina che si basa sul superamento delle difficoltà incontrate durante la salita di una montagna. Il superamento delle difficoltà come disciplina, questa definizione è in qualche modo l’espressione più alta – non solo materialmente – del tentativo umano di conoscere il senso dell’esistenza. Il ‘superamento’ diventa prima atto mentale e poi fisico. Le asperità della natura sono un incentivo a mettersi in gioco, al raggiungimento dell’obiettivo. L’alpinista è tutt’altro che uno sprovveduto: mesi di studio delle carte, delle previsioni meteorologiche, la scelta accurata della giusta attrezzatura, il calcolo matematico dei percorsi, dei metri di corda, della difficoltà della pendenza e del tempo di percorrenza. In un certo senso è un metodo, un approccio, uno stile di vita. Ed è attraverso le parole di un alpinista che raccontiamo una sorta di scalata interiore, su una delle montagne più temibili della terra. Il Nanga Parbat. Dal 1895, data del primo tentativo documentato di scalata, il Nanga ha collezionato vite e storie incredibili. Con i suoi 8126 metri al di sopra del livello del mare, è la nona cima più alta della terra, ma rimane tragicamente in terza posizione come numero assoluto di morti, e seconda solo all’Annapurna come indice di mortalità. La montagna nuda. La mangiauomini. La montagna assassina. La montagna degli dèi. La montagna del destino. Sono solo alcuni dei nomi con cui è conosciuta. In questo spettacolo racconteremo sette storie di sette spedizioni alpinistiche dal primo tentativo di scalata, nel 1895, dell’inglese Albert Frederick Mummery, ad oggi. Da Willy Merkl e le spedizioni tedesche finanziate dal governo nazista, all’ascesa dei fratelli Messner, che si è portata dietro oltre trent’anni di polemiche per la scomparsa prematura di Gunther. Dal primo alpinista venezuelano José Antonio Delgado all’altoatesino Karl Unterkircher. Fino ad arrivare ai nostri giorni, con il polacco Tomek Mackiewicz e l’italiano Daniele Nardi. Sono molti i sognatori che sono rimasti lassù. Sono molti i ‘guardiani del Nanga’, gli alpinisti che nel tentativo di raggiungere la vetta non hanno fatto più ritorno. Attraverso le loro vite seguiremo una scalata immaginaria che ci porterà a conoscere le loro imprese; le passioni e i tormenti che muovono un alpinista verso la cima, la tenacia e la resistenza di uomini straordinari.

Durata: 1h circa

Foto di scena

Foto credits: Simone Campedelli – Gioia Battista


Eneide, generazioni.

[DRAMMATURGIA]
Giovanna Scardoni

[REGIA]
Stefano Scherini

[CON]
Nicola Ciaffoni
Giovanna Scardoni
Stefano Scherini

[LUCI]
Anna Merlo
Nicolò Pozzerle

[SCENE]
Gregorio Zurla

[COSTUMI]
Elena Rossi

[MUSICHE]
Zeno Baldi

LO SPETTACOLO

Nel poema di Virgilio, Enea, dopo aver assistito alla distruzione della propria città, è costretto dal fato a compiere un viaggio per la rifondazione di una nuova Troia. Non è un caso che le coste del Lazio siano, oltre allo scenario che vedrà nascere Roma, anche la mitologica culla della stirpe troiana.
Come a dire quindi che lidentità di un nuovo popolo non può prescindere dalla conoscenza della proprie radici e da quella del proprio passato

Enea, nello spettacolo, compie innanzitutto un viaggio fisico, per mare, il viaggio di un profugo di guerra le cui caratteristiche consentono di sovrapporre lodissea delleroe troiano alle centinaia che affollano la nostra cronaca. La tradizione romana assegna quindi il ruolo di predestinato alla fondazione della propria civiltà ad un uomo che, pur avendo dentro di sé una parte di DNA divino, è un uomo comune, sconfitto, sfortunato, pieno di dubbi e incertezze. Le numerose perdite e tragedie che questuomo vive durante il tracciato di Eneide contribuiscono alla presa di coscienza della sua identità e, di conseguenza, per i lettori contemporanei di Virgilio, alla presa di coscienza che il popolo di Roma ha di sé.

Cosa ci impedisce dunque di pensare, sulla scorta di Virgilio, che un uomo con le stesse caratteristiche di Enea straniero, profugo, sommerso possa oggi essere veicolo di un bagaglio culturale degno di un impero come quello romano? E se Roma ha voluto accogliere dallestero, dal paese di origine del profugo Enea, una cultura diversa, straniera e porla a fondamento della propria civiltà, cosa ci vieta, spingendo tale ragionamento al suo limite estremo, di pensare che sia addirittura possibile la stessa cosa con i migranti che ci raggiungono? Leroe troiano compie un secondo viaggio, metaforico: una discesa agli inferi che è metonimia dellintero nostro spettacolo: lepisodio del sesto libro diventa la nostra chiave di lettura dellintero poema. Scendere negli inferi per conoscere il punto di approdo del viaggio vuol dire per noi avventurarsi nella parte più profonda e oscura, quella in cui sono contenuti i nostri desideri, le nostre ombre, le nostre estreme possibilità. Duemila anni fa limperatore romano Augusto sentì la necessità di far coincidere lorigine leggendaria di Roma con lorigine della sua famiglia, come a voler rintracciare la propria identità in quella di Roma.

Duemila anni dopo, lo spettacolo, seguendo le tracce di Enea, ci invita a consultare la nostra personale Sibilla, a scendere nei nostri inferi, a dare un nome alle nostre personali tragedie, a compiere un viaggio per poter rintracciare le origini della nostra personale identità e collocarla allinterno di una comunità più ampia.

Durata: 1h e 20 min circa

Destinatari: pubblico adulto / scuole secondarie di I e II grado

Foto di scena

Foto credits: Davide Cinzi


Decameron 451

[DRAMMATURGIA]
Giovanna Scardoni

[REGIA]
Stefano Scherini

[CON]
Nicola Ciaffoni
Giovanna Scardoni
Stefano Scherini

[LUCI]
Anna Merlo

[SCENE]
Gregorio Zurla

[COSTUMI]
Chiara Amaltea Ciarelli

[FONICA E VIDEO]
Nicola Ciaffoni

LO SPETTACOLO

“E se si osservi l’officio dei poeti,
essi non sono obbligati a questo vincolo
di usare la verità nella superficie delle loro invenzioni;
e se venisse tolta la licenza di vagare
per ogni genere di immaginazione,
il loro ufficio si risolverebbe proprio nel nulla”.

Boccaccio

In un futuro prossimo, un’autorità di “salute culturale” valuta quali libri siano ancora da conservare e quali no.
Il Decamerone appare come una raccolta antica di racconti inutili. Il libro è messo al bando, da bruciare per sempre. Tre uomini, tre memorizzatori, si incaricano, per il bene della cultura e della libertà di pensiero, di imparare il Decamerone a memoria e si fanno divulgatori segreti: sono “carbonari” della parola boccacciana. Mettono in scena il libro e, per meglio ricordarlo, lo rappresentano al pubblico, che diventa con loro custode della memoria della cultura e complice della sua sopravvivenza.

I tre protagonisti dello spettacolo, nel consegnare agli spettatori le novelle di Boccaccio, realizzano progressivamente come i temi fondanti del capolavoro trecentesco – fortuna, natura, amore – siano temi universali, che riguardano la vita di ogni singolo uomo.

DECAMERON 451 nasce dalla suggestione offerta dalla lettura di una grande opera della narrativa internazionale – il Decamerone di Giovanni Boccaccio – proposta in un’atmosfera culturale propria delle grandi distopie letterarie, tra cui Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, e si pone l’intento di restituire la contemporaneità di questo capolavoro della letteratura italiana, atto fondativo della nostra lingua.

La scena è pensata come un teatro spoglio, non attrezzato, il luogo dove i memorizzatori diffondono la loro conoscenza del Decamerone al pubblico. Braccati dal segugio, il cacciatore meccanico, il loro tempo è limitato. Una presenza oscura in video, il censore dei libri, si palesa come minaccia costante. Abbiamo scelto di utilizzare schermi e video in scena per riprodurre l’atmosfera distopica di Bradbury e per segnare la distanza della parola scritta e narrata da quella riprodotta atraverso mezzi tecnologici. Il punto di vista si sposta continuamente, la discussione sui contenuti di Boccaccio tra i tre memorizzatori si fa sostanza scenica e così la varietà di Decameron esplode in tutta la sua bellezza, contemporaneità ed urgenza.

Durata: 1 ora e 20 minuti circa

 

C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. Così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai nello stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato. 

Andrej Tarkovsij

Foto di scena

Foto credits: Davide Cinzi


Iliade - mito di ieri, guerra di oggi

[DRAMMATURGIA]
Giovanna Scardoni

[REGIA]
Stefano Scherini

[CON]
Nicola Ciaffoni

[LUCI]
Anna Merlo

[SCENE]
Gregorio Zurla

[COSTUMI]
Giada Masi

LO SPETTACOLO

Iliade è un’opera che parla di GUERRA e di guerra sentiamo parlare ancora oggi.
Iliade è un’opera che parla di FORZA e POTERE e di forza e potere sentiamo parlare ancora oggi.
Iliade è un’opera che parla di UOMINI e di uomini dobbiamo parlare ancora oggi.
Iliade è un’opera che parla di EROI e di eroi dobbiamo riprendere a parlare.
Iliade è un’opera che parla delle CAUSE di una guerra e noi dobbiamo saper distinguere il mito dalla realtà.
Iliade, primo poema prodotto dalla letteratura occidentale, è la fase finale dell’antica e spaventosa guerra di Troia, madre e metafora di tutte le guerre.
Non c’è poema epico al pari di Iliade che attraverso i secoli non continui a farci riflettere – con la sua lucidità e la sua amarezza – sul ruolo che l’uomo ha in relazione alla guerra, al destino, al divino e quindi anche alla morte.
Iliade è il capolavoro frutto dello spirito di un’intera cultura e di una lunga tradizione orale che abbraccia diverse centinaia di anni e che ha visto i Greci, nel corso di questi secoli, esser vincitori e vinti.

Lo spettacolo “Iliade – mito ieri, guerra di oggi” ha debuttato a Verona a il 9 Febbraio 2015, dando il via ad un’articolata tournée per le scuole secondarie di Veneto, Lombardia, Trentino Alto Adige, Liguria, Emilia Romagna e Basilicata. In totale si sono realizzate più di 100 repliche dello spettacolo, coinvolgendo oltre i 20.000 spettatori.
Lo spettacolo è stato inoltre coprodotto dal PICCOLO TEATRO DI MILANO in occasione delle repliche svolte presso il Teatro Strehler-Scatola Magica durante i mesi di gennaio e marzo 2016 e gennaio 2017. Dato il grande successo che lo spettacolo ha riscosso a Milano, Iliade torna al Piccolo Teatro Studio Melato nelle stagioni 2017/18 (dove registra il tutto esaurito anche nelle repliche serali) e 2018/19.

Heinrich Schliemann, imprenditore tedesco, grande archeologo e scopritore dell’antica città di Troia, è a letto.
Forse sta sognando, forse delira in preda alla forte febbre malarica.
La stanza in cui si trova è semplice e gli oggetti che la compongono sono bianchi e senza tempo: un letto con una zanzariera, uno sgabello, un attaccapanni, un tavolino e una sedia.
Schliemann si muove in questo spazio surreale in vestaglia, alla ricerca dell’antica città di Troia; cammina in scena ansioso di capire, riflette sui luoghi, cerca indicazioni geografiche nella sua Iliade tascabile che apre e consulta di continuo. Ne legge i versi e senza rendersene conto la forza del poema omerico torna a vivere in alcuni dei suoi personaggi che piano piano ciraccontano, attraverso il corpo e la voce di Schliemann, la storia della guerra di Troia. L’archeologo vuole capire dove scavare per trovare la rocca di Priamo, le mura della città, il campo di battaglia, l’antico fiume Scamandro, le navi greche e invece viene assediato dalle storie di tutti: Agamennone re dei Greci, Elena la bella regina di Sparta scappata a Troia con Paride, Ettore luminoso principe troiano, Achille furioso, il più forte fra i guerrieri greci, e Priamo re di Troia. Il racconto dei personaggi di Iliade e la ricerca archeologica di Schliemann, vengono interrotte dal Doctor Schliemann Show, un siparietto comico in cui il sogno/delirio del nostro archeologo lo conduce a trasformarsi in un presentatore contemporaneo da talk show. Il Doctor Schliemann versione cravatta e cappello di paillettes, si domanda chi sono gli dei e grazie ad un gioco di travestimenti a vista, li fa intervenire in scena proseguendo così la narrazione dell’Iliade. Si viaggia dunque con Heinrich Schliemann nell’orrore di questa guerra e di tutte le altre: la guerra di Troia perde così i suoi confini temporali, si lascia contaminare dai conflitti della storia, diventa un grande vaso di Pandora pieno di dolore, a sottolineare il fatto che, come dice Freud in una lettera inviata in risposta ad Albert Einstein, “(…) non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. D’altronde non si tratta di abolire completamente l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra”.

Durata: 1 ora e 15 minuti

Foto di scena

Foto credits: Andrea Messana


Almost dead / 46 ore di felicità

[DRAMMATURGIA]
Giovanna Scardoni

[REGIA]
Stefano Scherini
Woody Neri

[CON]
Woody Neri
Giovanna Scardoni
Stefano Scherini

[LUCI]
Anna Merlo

[MUSICHE]
Andrea Gianessi

[AIUTO REGIA E VIDEO]
Nicola Ciaffoni

LO SPETTACOLO

La struttura di questa società è specchio di un’intima pulsione di morte che ci appartiene fin dall’inizio dei tempi oppure desideriamo la morte perché costruiamo una società insopportabilmente aggressiva e
necrofila?

In Corea del Sud la media giornaliera di suicidi di giovani tra i 9 e i 24 anni nel 2013 era di 33 al giorno. Nel
2060 solo l’11% dei coreani avrà meno di 24 anni. Le cause sono per lo più legate alle pressioni scolastiche,
economiche e lavorative. Un’indagine su un campione di uomini e donne di 80 anni ha prodotto come
risultato una somma di sole 46 ore di felicità percepita.
La Corea del Sud è simbolo di una società capitalistica produttiva molto avanzata tipica delle economie
occidentali.
Alcune delle più importanti aziende coreane, la Samsung Electronics e la Hyundai Motor, per esempio, per
aiutare a prevenire il suicidio e limitare la carneficina dei quadri dirigenti e degli impiegati, si affida a una
società esterna, la Korea Life Consulting, per mettere in scena finti funerali: tecnicamente succede che la
persona viene accolta, le viene richiesto di redigere un testamento in mezz’ora, le viene fatta una foto
“santino”, viene poi condotta in una stanza fredda, “la sala della morte”, dove viene sigillata in una cassa per
15 minuti.

Una volta aperti i coperchi, i resuscitati vengono interrogati su come si sono sentiti.
Anche le “finte morti” vengono effettuate in serie: 20 persone a turno. Questa pratica è diventata parte
integrante della formazione presso la Samsung, che ha costruito un proprio finto centro funebre interno
all’azienda.

Almost Dead/46 ore di felicità diventa dunque un’indagine a quadri che si concentra, si sviluppa, si apre e
si rispecchia nella domanda. Nella possibilità di farsi una domanda che non riusciremmo a farci se non
fossimo coscienti di non essere felici.
Darsi tempo per una domanda. Che non prevede una risposta ma apre semmai ad altre domande, una
dietro all’altra, una accanto all’altra, come le infinite particelle che interagendo compongono l’Universo.

Durata: 1 ora e 20 minuti

Destinatari: Pubblico adulto

Foto di scena


Se ami per la bellezza

[DRAMMATURGIA]
Giovanna Scardoni

[REGIA]
Stefano Scherini

[CON]
Giovanna Scardoni

[PIANOFORTE]
Maddalena Giacopuzzi

LO SPETTACOLO

“Se ami per la bellezza” è l’ideale romantico per cui Clara Wieck Schumann ha sempre vissuto,
una possibilità concreta che l’arte continua ad offrire ancor oggi per vivere con pienezza.

Clara Wieck Schumann è pianista e compositrice. E’ una delle più importanti interpreti ed esecutrici della musica romantica tedesca. Enfant prodige, a soli nove anni diviene concertista e gira l’Europa assieme al padre e maestro, Friedrich Wieck. Moglie del compositore Robert Schumann, rimane vedova a soli trentaquattro anni. Curerà gli otto figli avuti in nemmeno quindici anni di matrimonio e dedicherà tutta la sua vita a far conoscere la musica del marito.

Clara è pianista eccelsa, compositrice, moglie innamorata, madre amorevole e poi, alla morte di Robert, padre autorevole, prima donna ad insegnare pianoforte al conservatorio di Francoforte.
E’ sensibilissima e fortissima assieme. E’ “senza civetteria”, sia nel modo di essere che nel modo di suonare. Coerente e coraggiosa, Clara Wieck Schumann è una vera “romantica”.
Il concerto spettacolo “Se ami per la bellezza”, titolo che peraltro corrisponde ad un lied composto dalla Schumann, è l’intreccio della sua musica, eseguita e cantata, e del  suo universo intimo e poetico, riscritto e interpretato prendendo spunto dai diari e dalle lettere.

Foto di scena


Il complice

[DI E CON]
Luca Passeri
Stefano Scherini

[SUONO E LUCI]
Alessandro Canali

[ SCENE E COSTUMI ]
Anna Sanna

[ MARIONETTE ]
Luca Passeri
Martina Galletta

LO SPETTACOLO

“Questa è una commedia sul tema della complicità, scritta da uno che è complice egli stesso”. Inizia con questa frase la nota introduttiva al testo, scritta da Dürrenmatt in occasione della prima messa in scena.
“Il Complice” è una storia noir, un pulp ante litteram: descrive un’impresa criminale che prolifera fino a coinvolgere i massimi livelli del potere istituzionale.

Il nostro spettacolo è ironico e grottesco e, come tutta la scrittura di Dürrenmatt, lavora sul tono della commedia paradossale.
Abbiamo immaginato questo testo come un mondo di marionette, costrette in un ingranaggio drammaturgico senza scampo. All’interno di questo mondo si aprono squarci di umanità che rendono necessaria la presenza degli attori sullo stesso piano delle marionette.


Milano 1944, un amore

[Autrice]
[Produttrice]
[Drammaturga]

Giovanna Scardoni

[ con ]
Nicola Ciaffoni

[ Regia ]
Stefano Schierini

[ Light Design ]
Anna Merlo

[ Organizzatrice ]
Alice Cinzi

[ Scenografia ]
Gregorio Zurla

[ Costumi ]
Giada Masi

LO SPETTACOLO

Iliade è un’opera che parla di GUERRA e di guerra sentiamo parlare ancora oggi.
Iliade è un’opera che parla di FORZA e POTERE e di forza e potere sentiamo parlare ancora oggi.
Iliade è un’opera che parla di UOMINI e di uomini dobbiamo parlare ancora oggi.
Iliade è un’opera che parla di EROI e di eroi dobbiamo riprendere a parlare.
Iliade è un’opera che parla delle CAUSE di una guerra e noi dobbiamo saper distinguere il mito dalla realtà.
Iliade, primo poema prodotto dalla letteratura occidentale, è la fase finale dell’antica e spaventosa guerra di Troia, madre e metafora di tutte le guerre.
Non c’è poema epico al pari di Iliade che attraverso i secoli non continui a farci riflettere – con la sua lucidità e la sua amarezza – sul ruolo che l’uomo ha in relazione alla guerra, al destino, al divino e quindi anche alla morte.
Iliade è il capolavoro frutto dello spirito di un’intera cultura e di una lunga tradizione orale che abbraccia diverse centinaia di anni e che ha visto i Greci, nel corso di questi secoli, esser vincitori e vinti.

Lo spettacolo "Iliade – mito ieri, guerra di oggi" ha debuttato a Verona a il 9 Febbraio 2015, dando il via ad un’articolata tournée per le scuole secondarie di Veneto, Lombardia, Trentino Alto Adige, Liguria, Emilia Romagna e Basilicata. In totale si sono realizzate più di 100 repliche dello spettacolo, coinvolgendo oltre i 20.000 spettatori.
Lo spettacolo è stato inoltre coprodotto dal PICCOLO TEATRO DI MILANO in occasione delle repliche svolte presso il Teatro Strehler-Scatola Magica durante i mesi di gennaio e marzo 2016 e gennaio 2017. Dato il grande successo che lo spettacolo ha riscosso a Milano, Iliade torna al Piccolo Teatro Studio Melato nelle stagioni 2017/18 (dove registra il tutto esaurito anche nelle repliche serali) e 2018/19.

Heinrich Schliemann, imprenditore tedesco, grande archeologo e scopritore dell’antica città di Troia, è a letto.
Forse sta sognando, forse delira in preda alla forte febbre malarica.
La stanza in cui si trova è semplice e gli oggetti che la compongono sono bianchi e senza tempo: un letto con una zanzariera, uno sgabello, un attaccapanni, un tavolino e una sedia.
Schliemann si muove in questo spazio surreale in vestaglia, alla ricerca dell’antica città di Troia; cammina in scena ansioso di capire, riflette sui luoghi, cerca indicazioni geografiche nella sua Iliade tascabile che apre e consulta di continuo. Ne legge i versi e senza rendersene conto la forza del poema omerico torna a vivere in alcuni dei suoi personaggi che piano piano ciraccontano, attraverso il corpo e la voce di Schliemann, la storia della guerra di Troia. L’archeologo vuole capire dove scavare per trovare la rocca di Priamo, le mura della città, il campo di battaglia, l’antico fiume Scamandro, le navi greche e invece viene assediato dalle storie di tutti: Agamennone re dei Greci, Elena la bella regina di Sparta scappata a Troia con Paride, Ettore luminoso principe troiano, Achille furioso, il più forte fra i guerrieri greci, e Priamo re di Troia. Il racconto dei personaggi di Iliade e la ricerca archeologica di Schliemann, vengono interrotte dal Doctor Schliemann Show, un siparietto comico in cui il sogno/delirio del nostro archeologo lo conduce a trasformarsi in un presentatore contemporaneo da talk show. Il Doctor Schliemann versione cravatta e cappello di paillettes, si domanda chi sono gli dei e grazie ad un gioco di travestimenti a vista, li fa intervenire in scena proseguendo così la narrazione dell’Iliade. Si viaggia dunque con Heinrich Schliemann nell’orrore di questa guerra e di tutte le altre: la guerra di Troia perde così i suoi confini temporali, si lascia contaminare dai conflitti della storia, diventa un grande vaso di Pandora pieno di dolore, a sottolineare il fatto che, come dice Freud in una lettera inviata in risposta ad Albert Einstein, “(…) non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. D’altronde non si tratta di abolire completamente l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra”.

Durata: 1 ora e 15 minuti

Foto di scena